Una piazza della Libertà gremita ben oltre le aspettative di un lunedì sera ha salutato il gran finale dell’edizione “anniversario” per i 15 anni di Popsophia. Migliaia di persone hanno accompagnato cantando i brani di Lucio Battisti nel philoshow conclusivo. Un epilogo che ha ribaltato il filo conduttore del festival: dopo tre giorni dedicati alla fama, al divismo e alla spettacolarizzazione dell’identità, è stato proprio l’artista che ha scelto di sottrarsi ai riflettori a chiudere il percorso di “The Show Must Go On”.

Se Freddie Mercury aveva fatto del palco il luogo della propria espressione e creazione del personaggio, come ha raccontato domenica Carlo Massarini, Lucio Battisti ha scelto invece il silenzio. «Il più popolare è anche il più schivo», osserva la direttrice artistica Lucrezia Ercoli introducendo il philoshow “A fari spenti. Filosofia di Lucio Battisti”. Una scelta radicale, quella del cantautore di Poggio Bustone, culminata perfino nel rifiuto di offerte milionarie pur di non tornare davanti alle telecamere. «Battisti voleva che a rappresentarlo fosse soltanto la sua arte – racconta Leo Turrini -. Quando nei primi anni Ottanta gli offrirono un miliardo di lire per un concerto televisivo su Canale 5 disse semplicemente no. È una lezione di coerenza che oggi dovremmo ricordare».


Tra Emozioni, Il mio canto libero, Io vivrò, Dieci ragazze, Mi ritorni in mente e Fiori rosa, fiori di pesco, La canzone del sole, Acqua azzurra, acqua chiara, la Factory ha dato vita a uno dei philoshow più partecipati di questa edizione, con il pubblico che ha accompagnato ogni brano trasformando lo spettacolo in un grande concerto. Turrini ha sottolineato proprio questo aspetto di immortalità dei suoi brani: «chi fra 50 anni ricorderà e canterà le canzoni di Fedez o Geolier? Sono convinto che anche nel 2076, all’anniversario per i 65 anni di Popsophia, ci sarà ancora una serata dedicata a lui».

Ma la giornata conclusiva è stata soprattutto un ritorno alle origini del festival. Quindici anni dopo la prima edizione, Popsophia ha voluto rendere omaggio alla città che l’ha vista nascere e a uno dei protagonisti di quella stagione, Cesare Paciotti, che nel 2011 salì sul palco insieme a Giampiero Mughini per parlare di filosofia della scarpa.


«Quindici anni fa siamo partiti proprio da un oggetto che nelle Marche tutti conoscevano: la scarpa», ha ricordato Lucrezia Ercoli. «E oggi torniamo qui per ricordare Cesare Paciotti, che credette fin dall’inizio in questa avventura culturale». Un omaggio che ha coinvolto anche le nuove generazioni, con i progetti realizzati dagli studenti dell’istituto Bonifazi Corridoni e del Liceo del Made in Italy Gentili di San Ginesio, impegnati a riflettere sul valore culturale e su quello identitario della filiera calzaturiera.


Partendo dalle scarpe dipinte da Van Gogh, trasformate da Martin Heidegger in uno dei simboli della filosofia dell’arte, passando per Andy Warhol e fino a Sex and the City, Ercoli ha mostrato come un oggetto quotidiano possa raccontare storie, identità e desideri. «Le scarpe non sono mai soltanto scarpe», ha spiegato. «Sono oggetti che parlano di chi le indossa e del mondo che attraversano».

Il momento più intenso è arrivato però con l’intervento dello storico dell’arte e presidente di Popsophia Hermas Ercoli, che ha lanciato un appello affinché la città custodisca l’eredità culturale di Cesare Paciotti. «Oggi che il suo genio non può più continuare a esprimersi attraverso nuove creazioni – ha osservato – è arrivato il momento di costruire qualcosa di rigoroso e scientifico intorno al suo lavoro». La proposta è quella di raccogliere, inventariare e rendere fruibile il patrimonio di campagne pubblicitarie, fotografie, bozzetti e materiali, illustrati ieri nel corso dell’incontro, che hanno accompagnato il marchio Paciotti, creando un fondo permanente in pinacoteca o in biblioteca. «Non parliamo semplicemente di scarpe – ha sottolineato – ma di opere che, grazie alla collaborazione con grandi fotografi internazionali come Ellen von Unwerth, Mario Sorrenti o Terry Richardson, hanno scritto una pagina fondamentale della storia della comunicazione visiva tra gli anni Ottanta, Novanta e Duemila». Presenti all’incontro anche i familiari di Cesare Paciotti, recentemente scomparso: c’erano la sorella Paola e i nipoti che oggi portano avanti l’azienda Marco e Massimo Calcinaro, oltre alla storica collaboratrice Lina.

Hermas ha poi acceso i riflettori su un altro patrimonio spesso dato per scontato: la rotatoria Paciotti all’ingresso della città. «È una delle più belle opere di Land art del Centro Italia. Dovrebbe essere vincolata e tutelata dalla Soprintendenza come opera d’arte contemporanea. Quella rotatoria non è soltanto un’infrastruttura stradale: è la porta monumentale del distretto calzaturiero, l’arco d’ingresso a una delle esperienze imprenditoriali che hanno reso Civitanova conosciuta nel mondo».

Con la chiusura del philoshow e le luci della piazza che si sono spente, si è conclusa anche l’edizione del quindicesimo anniversario. «Lo spettacolo deve andare avanti», aveva ricordato in apertura Maria Luce Centioni. Ma, come ha aggiunto la presidente dei Teatri di Civitanova, «il momento più importante arriva quando i fari si spengono. Si è detto in questi giorni che lo show è vita, ma non è detto che la vita debba essere show. Quando lo spettacolo finisce le riflessioni che abbiamo condiviso continueranno ad accompagnarci fino all’anno prossimo». È forse questa l’eredità più autentica di Popsophia: trasformare la cultura popolare in uno spazio di pensiero condiviso, capace, ancora una volta, di riempire una piazza e lasciare qualcosa che resta ben oltre il tempo dello spettacolo.





