La voce che resta quando il corpo scompare. È stata questa l’immagine più potente della terza giornata di Popsophia, che sabato ha accompagnato il pubblico in una riflessione in musica esplorando sentimenti ed emozioni. Il percorso iniziato venerdì con Lucio Battisti ha trovato una prosecuzione con un altro racconto in musica, quello dedicato a Mina, straordinaria interprete che è stata capace di rivoluzionare linguaggi, estetiche e dinamiche sociali.

Il philoshow ha celebrato il ventennio d’oro di Mina, quello del massimo successo e della presenza televisiva rileggendo l’ascesa dell’artista alla luce dei profondi cambiamenti dell’Italia tra gli anni Cinquanta e Settanta. Un percorso costruito da Lucrezia Ercoli e dalla scrittrice Ilaria Gaspari attraverso le canzoni che hanno segnato un’epoca, trasformate in un vero e proprio dizionario dei sentimenti e dell’amore.


Attraverso i montaggi di immagini di archivio curati da Laura Laganà e l’esecuzione live della Factory, lo spettacolo ha disvelato il significato profondo di brani come “Il cielo in una stanza”, “Se telefonando” a “Non gioco più” “E se domani”, “Se telefonando”.

«Mina rappresenta la voce di una generazione da cui ci separa un invalicabile abisso – ha osservato Lucrezia Ercoli – eppure c’è qualcosa in quella ragazza acerba: parla d’amore come se sapesse davvero quello che dice». Una voce che, ha aggiunto, «ha cambiato non solo la storia della musica italiana, ma anche la storia dei sentimenti».

Ilaria Gaspari ha guidato il pubblico dentro la scrittura delle canzoni di Mina, mostrando come nelle sue interpretazioni l’amore diventi uno spazio intimo e segreto, sottratto al rumore del mondo. «Nella canzone di Mina il tu è il custode e il destinatario di un segreto», ha spiegato, individuando nella sua voce la rivendicazione di uno spazio personale del desiderio femminile. E ancora: «La voce mette a nudo la profondità delle paure che tutti abbiamo quando affidiamo noi stessi a un’altra persona».

Il momento più intenso della serata è arrivato con il racconto della scelta che, nel 1978, trasformò Mina in un mito. Ritirarsi dalle scene per sottrarre il proprio corpo allo sguardo del pubblico e lasciare soltanto la voce. «Aveva paura di essere giudicata per qualcosa che non era la voce», ha ricordato Ercoli citando le parole dell’artista: «Ai fan non interessa se canto bene o male. Mi vogliono vedere, controllare se ho i capelli fatti bene, se sono grassa o magra. Non mi va di stare a questo gioco».

Da quel gesto nasce il filo che lega Mina al tema del festival. «Mina si decostruisce, rimane la pura voce senza corpo. E ritorniamo al mito di Eco: la ninfa che si innamora di Narciso diventa pura voce, scompare. Ecco perché nella voce di Mina possiamo consegnare i nostri desideri, i nostri amori, i nostri piaceri. La voce diventa davvero il luogo della libertà». Una libertà che la stessa artista aveva definito «l’oscuro oggetto del mio desiderio».

Il pomeriggio si era aperto con il dialogo dedicato allo specchio come metafora dell’umano attraverso la rassegna Cinesophia. Guerino Nuccio Bovalino ha proposto una lettura della tecnologia e dell’immaginario fantascientifico come strumenti attraverso cui l’uomo continua a interrogare se stesso attraverso due “alieni” diversi e simili come “Pinocchio” e “David” il robot protagonista di “AI intelligenza artificiale” di Steven Spielberg. Il mito classico di Narciso è stato invece al centro dell’intervento di Gennaro Carillo, che ha spostato l’attenzione sul tema dello sguardo come esperienza mai innocente. «L’atto di vedere contiene in sé il toccare, c’è una sorta di peccaminosità dello sguardo», ha osservato, sottolineando come il desiderio sia sempre un movimento verso l’altro. Per questo, ha spiegato, il destino di Narciso non nasce dall’amore per sé, ma dall’incapacità di vivere la relazione: «La colpa di Narciso è di essersi negato l’amore». Una riflessione che si è estesa anche al presente, fino a una provocazione finale: «Mai come oggi nella storia il mondo è nelle mani dei narcisi». Dalla mitologia alla cultura contemporanea con Ginevra Leganza, che ha analizzato il tema del simulacro attraverso American Psycho. «L’uomo occidentale non è divorato dal desiderio ma dalla saturazione del desiderio e dell’immagine che diventa apatia».


Questa sera in scena l’ultima serata che dalla musica passa ad affrontare il “mistero dell’adolescenza” con Simone Regazzoni e Licia Troisi. Lo spettacolo ideato da Lucrezia Ercoli attraverso la musica generazionale affronterà il tema dell’età “soglia” per eccellenza come tempo in cui ci si “rispecchia” nell’opinione degli altri. Un philoshow filosofico musicale che da Harry Potter all’Attimo Fuggente, fino alla serie tv che ha sconvolto l’opinione pubblica, Adolescence, tirerà fuori le questioni irrisolte del corpo adolescente, fra amicizia e fragilità, paure e sogni. Ad accompagnare le riflessioni la musica della Factory che eseguirà dal vivo alcuni brani “generazionali”, dall’immancabile “Notte prima degli esami” di Antonello Venditti cult dei giorni dell’esame di maturità, per poi passare alla delicatezza di Sting (Fragile) e alla potenza simbolica di The Wall dei Pink Floyd, ma anche Nirvana, Nick Cave e infine “Forever Young” come promessa e memoria di ciò che si è stati. Nel pomeriggio gli interventi di Alice Valeria Oliveri dal titolo “Chi è la più bella del reame” Skincare e beauty inferno, Alessandro Bogliolo su “Lo specchio compiacente”. L’intelligenza artificiale e il suo doppio e infine Maria Vittoria Baravelli con “Narciso. Da Caravaggio ai selfie”.



