LA DIRITTA VIA / 5 – Il peccato di gola

Siamo arrivati alla quinta puntata della rubrica “La diritta via”, in uscita su Il Riformista sabato 25 febbraio 2021, ora è il turno dei Golosi.  

Siamo sotto “la piova / etterna, maladetta, fredda e greve”. C’è una sensazione di già visto. Anche Cerbero non è nuovo. È un mostro dell’Averno. Virgilio ce lo consegna nel libro VI dell’Eneide e Dante lo mette a guardia del girone nel sesto canto dell’Inferno. “I miseri profani” sono stesi per terra in mezzo a fango putrido come animali. Urlano come cani e strisciano come vermi

La descrizione della colpa è affidata a un certo Ciacco, l’unico che si solleva dalla melma che “pute”, un fiorentino il cui soprannome in dialetto significa “porco”. Gli spiriti dannati stanno scontando “la dannosa colpa de la gola”. Come in vita erano andati dietro alle grandi raffinatezze gastronomiche, i golosi per contrappasso sono sdraiati nel fango maleodorante come maiali. I peccatori, abituati alla varietà luculliana delle vivande, sono flagellati da una pioggia immutabile. “Mai non c’è nova”.  Il peccato di gola è una cosa seria per l’epoca. Nella teologia cristiana è uno dei sette peccati capitali. Tommaso D’Aquino ne definisce la portata: l’essere umano quando “eccede la giusta misura nel dedicarsi ai piaceri del cibo e delle bevande” fa peccato.

Una trasgressione chiarissima: non la qualità del cibo, ma la quantità. Più che golosi i peccatori sono ‘ingordi’. L’ingordigia di cibi e bevande è cosa grave; sul piano personale è segno di perdita del controllo di sé, ma sul piano pubblico è un vero reato sociale. La sopravvivenza quotidiana per la maggioranza della popolazione è una scommessa, la vita dei più è una dura lotta per portare in tavola almeno un pasto caldo.

La sfrenatezza alimentare è una insopportabile offesa all’esercito dei veri miserabili che patiscono la fame e la povertà. Gli ingordi, intenti solo a soddisfare il proprio appetito, sembrano ignorare la miseria e il dolore degli altri. Mangiare tanto significa togliere il nutrimento a chi non ne ha. L’ingordigia, dunque, tradisce una colpa ancor più grave: l’avarizia e la superbia.

Non è un caso che il primo peccato in assoluto sia stato un peccato di gola. Adamo ed Eva che assaggiano il frutto proibito dell’albero del bene e del male. Dietro quella prima trasgressione alimentare sono passati tutti i mali del mondo.

Più non ti dico e più non ti rispondo” conclude Ciacco. Nell’inferno dantesco il rapporto tra “la dannosa colpa de la gola” e la depravazione alimentare è solo evocato, la golosità è un tema del tutto marginale nell’equilibrio del canto. Diciamo la verità: la colpa è solo abbozzata e ogni riferimento alla gastronomia è rapidamente liquidato. C’è il peccato, ma non c’è il reato. 

Un atteggiamento omertoso del Sommo Poeta, proprio in quegli anni di Rinascimento culinario. Nel periodo in cui vengono scritte le terzine dei golosi – spesso lo si dimentica – la cucina fa enormi progressi. Agli inizi del Trecento che vengono pubblicati i precursori dei ricettari moderni. Il famoso Liber de coquina è del 1304.

Dante, però, è il meno adatto a parlare di gastronomia e di ghiottonerie. A tavola rifiuta gli eccessi e gli artifici dei sontuosi banchetti, e predilige un mangiare semplice e sobrio. Come ricorda Boccaccio “nel cibo e nel poto fu modestissimo, sì in prenderlo all’ore ordinate e sì in non trapassare il segno della necessità”. Dante disapprova chi dimostra di “non mangiare per vivere, ma più tosto di vivere per mangiare”. Siamo sempre nel perimetro dell’Etica Nicomachea di Aristotele e della sua teoria del “giusto mezzo”. Siamo ancora molto lontani dal famoso adagio di un filosofo ateo e materialista: “l’uomo è ciò che mangia”.

La marginalizzazione dei piaceri della tavola è senza appello, tanto che i vizi di gola non meriteranno troppe attenzioni del Poeta neanche nel canto XXIV del Purgatorio. E da allora le ragioni del cibo non albergheranno più nella cultura italiana. La cultura letteraria e la cultura gastronomica viaggeranno in carrozze separate. Le arti maggiori non si mescolano con le arti minori. Non “l’amor del gusto”, ma l’amor del giusto.

Una distinzione che alberga nell’uomo, misura di tutte le cose. Il nostro corpo ospita sensi nobili e superiori: la vista e l’udito; e sensi ignobili e bassi come il tatto, l’olfatto e il gusto. La cultura si collega alle parti più dignitose della psiche, e non può compromettersi con le parti infime del corpo. La cultura non potrà trattare di gastronomia, che insiste con i suoi odori e sapori sulle parti più basse dell’individuo. I temi del ‘basso corporeo’, per usare un termine di Piero Camporesi, non meriteranno le attenzioni degli intellettuali.

La “dannosa colpa de la gola” fu il primo di infiniti tentativi di fermare il progresso a suon di reiterate scomuniche gastronomiche. Sembra che la corruzione morale si accompagni sempre a nuove infatuazioni culinarie; che il degrado dei costumi viaggi sempre in compagnia di nuove ricette. Dante non si sbaglia, in cucina c’è un satanico odore di zolfo. Dietro l’arida matematica delle dosi, si nasconde il cardine di una cosmogonia rovesciata e diabolica. “Dio ha inventato il cibo, il diavolo il cuoco”, scrive Joyce nell’Ulisse.

Cucinare è l’attività che distingue l’uomo dagli altri animali. Solo le bestie si limitano a “mangiare per vivere” scegliendo il cibo per le sue proprietà energetiche e nutritive. Colui che cucina, invece, sovverte l’ordine delle cose. Inverte l’intero sistema nutritivo, lo allontana dal disegno divino. Gli alimenti allo stato grezzo vengono sottratti al loro destino e perdono nei fornelli la loro verginità; si mescolano, variano il proprio contenuto e danno luogo ad una piccola rivoluzione ontologica. Ogni religione si accosta con una preghiera al cibo per la paura che incutono le pietanze che escono da quel laboratorio alchemico che è la cucina.

La censura dantesca del ‘basso corporeo’ ci ha privato di alfabeti simbolici. Il cibo, ribadisce Roland Barthes, è “un sistema di comunicazione, un corpo di immagini, un protocollo di usi, di situazioni, di comportamenti”. Ignoriamo una lingua molto articolata, fatta di elementi naturali che sostituiscono le vocali, le sillabe, le parole; e di una sintassi che li trasforma in elaborati costrutti narrativi.

I golosi, non a caso, vengono appena dopo i lussuriosi. Il legame stretto tra cibo e sesso è ormai acquisito. Al bisogno – garantire la sopravvivenza del singolo e della specie tramite nutrizione e procreazione – si accompagna il desiderio: l’appetito e il piacere sessuale e gastronomico.

La gastronomia è inscindibile dal godimento e dalla dissipazione. La preparazione delle cailles en sarcophage risarcisce, nel Pranzo di Babette, la sventurata cameriera di tutto il dolore della sua condizione. Il sontuoso pranzo è una petite mort, come Bataille definisce l’estasi dell’orgasmo: il più effimero e voluttuoso di tutti i piaceri.

Solo recentemente siamo usciti dalla tirannia moralistica e abbiamo riabilitato la cucina tra le scienze umane. I cibi non sono solo buoni da mangiare, come ha detto Lévi-Strauss, ma anche “buoni da pensare”. Finalmente la rivincita del “basso corporeo”.

Dall’intransigenza dantesca, però, siamo piombati in un’ipocrita connivenza. Nella scena alimentare contemporanea si intrecciano tutte le contraddizioni di una società schizofrenica. Ora che l’Occidente è libero dallo spettro della carestia e il cibo ha prezzi accessibili, l’homo edens è combattuto: consuma ma lo condanna; mangia con la bocca, ma biasima con la parola. La tavola diviene ufficio religioso: un fideismo alimentare, figlio dell’ateismo spirituale, diviso tra gastronomia edonistica e pauperismo penitenziale.

All’epoca di Dante l’alimentazione indicava la stabile appartenenza a un gruppo socio-culturale preciso. Oggi rappresenta i conflitti identitari e relazionali di una società sempre più instabile e incerta. Non è un caso che il disagio contemporaneo e l’insicurezza affettiva confluiscano spesso nei disturbi dell’alimentazione, tra rifiuto totale e consumo compulsivo di cibo, nel pendolo patologico tra anoressia e bulimia.

D’altronde la doppia prescrizione fornita dalla società è contradditoria e patologica: cedi ai peccati di gola e mettiti a dieta; consuma più che puoi e mantieniti “in forma”. L’astinenza e il digiuno non sono più manifestazione dell’ascetismo pagano o della mortificazione cristiana, ma una perversione della “diet culture”, la cultura della dieta che ci chiede di avere un “corpo conforme”. Stiamo sempre per entrare a dieta o per uscirne.

L’onda lunga del moralismo contro i golosi non sembra estinguersi. Addirittura la grassezza non si presta più ad essere il maggiore riconoscimento del potere. Sono lontani i tempi di sovrani obesi come Anna Stuart e di Giorgio IV: i potenti attuali sono in preda alla sindrome di Napoleone e prediligono alimenti leggeri. La frugalità a tavola è manifestazione di dominio delle passioni. La sobrietà comunica agli altri un’immagine di efficienza e di padronanza di sé.

Anche se Michel Onfray – il filosofo francese edonista, autore di una inebriante “gaia scienza alimentare” – ci invita a diffidare dei teorici della frugalità: chi reprime i piaceri del corpo, inonda di disprezzo tutta l’umanità. E nella storia ci sono esempi temibilissimi: da Saint-Just a Hitler.

Eppure il terrorismo repressivo incalza: la tavola come crapula, la convivialità come orgia, l’affetto come debolezza, la gioia di vivere come tentazione. Il mondo di oggi è popolato da clerici mangianti: esseri bifronti che predicano il culto del piacere e quello della sua castrazione.

La pandemia ha reso evidente questa tendenza patologica: ci siamo aggrappati alla tavola come a una scialuppa di salvataggio contro la precarietà del mondo esterno, ma siamo stati subito travolti dal senso di colpa. Dopo aver sfornato dolci e spadellato leccornie, dobbiamo scontare la pena tra beveroni ipocalorici e insipide portate light.

Lo star bene a tavola torna ad essere una colpa e il bipolarismo alimentare contemporaneo ci ricaccia all’inferno. Tra le pentole si annidano ancora oscuri presagi. Ogni volta che alla fine di un pasto ci alziamo pentiti inizia a tirare una brutta aria. “La piova / etterna, maladetta, fredda e greve”.

In copertina: Hieronimus Bosch, I peccati capitali (la Gola)